Referto risonanza schiena cosa significano le parole fisiosalaria
«Ho ritirato il referto e me lo sono letto in macchina prima ancora di tornare a casa. Protrusione, impronta sul sacco durale, degenerazione: mi sono convinto di avere la schiena distrutta e per due settimane ho evitato di muovermi. Poi il fisiatra mi ha spiegato che quelle cose le ha metà delle persone della mia età senza avere un solo giorno di mal di schiena. Il percorso poi è andato bene, ma quelle due settimane di paura me le sono fatte da solo leggendo parole che non capivo.»— testimonianza paziente Fisiosalaria
Il referto non è scritto per te
È la prima cosa da sapere, ed è quella che spiega tutto il resto. Un referto radiologico è un documento tecnico scritto da un medico per un altro medico. Usa un linguaggio descrittivo, elenca tutto ciò che si vede, e non ha il compito di dire se quello che si vede sia la causa del tuo dolore.
Il risultato è che le stesse parole che per il clinico sono una descrizione neutra, per chi le legge in sala d'attesa suonano come una sentenza. «Degenerazione», «impronta», «impegno», «riduzione dello spazio»: sono termini che nel linguaggio comune evocano danno e irreversibilità, e nel linguaggio radiologico spesso descrivono normali modificazioni legate all'età.
Questo articolo serve a capire il vocabolario. Non serve, e non può servire, a interpretare il tuo referto: quello lo fa il medico, mettendo insieme le immagini con la tua storia e con l'esame clinico.
Le stesse alterazioni si trovano in chi non ha alcun dolore. Brinjikji et al. (American Journal of Neuroradiology, 2015) hanno condotto una revisione sistematica sulle immagini spinali di oltre tremila persone completamente asintomatiche, suddivise per fascia d'età.
I risultati, in sintesi: degenerazione discale presente nel 37% dei soggetti a vent'anni, nel 68% a cinquanta e nel 96% a ottanta. Protrusione discale nel 29% a vent'anni e in oltre il 40% dopo i sessanta. Anche riduzione dell'altezza discale e alterazioni delle faccette articolari aumentano progressivamente con l'età.
La conclusione degli autori è che molti di questi reperti fanno parte del normale invecchiamento e non sono di per sé associati al dolore. Sono, per usare un paragone, l'equivalente dei capelli bianchi per la colonna: compaiono con gli anni, si vedono, e non fanno male.
Cosa ne segue. Le linee guida internazionali sulla lombalgia (NICE NG59) sconsigliano l'imaging di routine nei quadri comuni proprio per questo: rischia di mostrare reperti che ci sarebbero comunque, generando preoccupazione senza cambiare la gestione.
Il vocabolario, parola per parola
Ecco i termini che compaiono più spesso, tradotti in linguaggio comprensibile. Attenzione: capire cosa significa una parola non equivale a sapere se conta nel tuo caso.
«L4-L5», «L5-S1»
Non sono una diagnosi: sono coordinate. Indicano il livello della colonna. Le vertebre lombari sono cinque, numerate da L1 a L5 dall'alto verso il basso, e sotto c'è l'osso sacro (S1). «L4-L5» significa semplicemente «lo spazio tra la quarta e la quinta vertebra lombare». Sono i livelli più bassi, quelli che sopportano più carico, ed è per questo che compaiono più spesso nei referti.
«Degenerazione discale» / «disidratazione discale» / «disco nero»
Il disco intervertebrale con gli anni perde acqua e cambia struttura. In risonanza questo si traduce in un segnale diverso, che il radiologo descrive. È un processo fisiologico legato all'età, presente nella grande maggioranza delle persone oltre una certa fascia anagrafica, dolore o non dolore. La parola «degenerazione» in italiano comune suona molto più grave di quanto sia qui.
«Bulging» / «debordanza discale ad ampio raggio»
Il disco sporge in modo diffuso oltre il bordo delle vertebre, su tutta la circonferenza. È il grado più lieve e più comune di modificazione discale, spesso descritto anche in colonne del tutto asintomatiche.
«Protrusione»
Il disco sporge in modo più localizzato, ma l'anello fibroso esterno è ancora continuo. È uno dei reperti più frequenti nei referti — e, come visto, uno dei più frequenti anche in chi non ha dolore.
«Estrusione» ed «espulsione» / «ernia migrata»
Il materiale discale supera l'anello fibroso e si estende oltre. Sono gradi più avanzati rispetto alla protrusione. Vale però un dato che sorprende molti: le ernie discali hanno una nota tendenza al riassorbimento spontaneo nel tempo, e paradossalmente le forme più voluminose ed estruse sono quelle con maggiore probabilità di ridursi. Un'ernia grossa in risonanza non significa automaticamente prognosi peggiore.
«Impronta sul sacco durale»
È una descrizione geometrica, non clinica. Significa che il disco tocca o deforma leggermente il rivestimento che contiene le strutture nervose. Da sola non dice nulla sul fatto che un nervo sia irritato: quello lo dicono i sintomi e l'esame clinico. È una delle espressioni che spaventano di più e che descrivono meno di quanto sembri.
«Impegno foraminale» / «riduzione dell'ampiezza foraminale»
Il forame è la finestra laterale da cui esce la radice nervosa. «Impegno» significa che qualcosa riduce lo spazio in quella finestra. Il grado viene spesso descritto come lieve, moderato o severo. Anche qui: rilevante quando c'è corrispondenza con i sintomi in quel territorio, molto meno quando non c'è.
«Artrosi interapofisaria» / «faccettale»
Le faccette articolari sono le piccole articolazioni posteriori tra una vertebra e l'altra. Come tutte le articolazioni, con l'età possono presentare modificazioni artrosiche. È un reperto molto comune dopo una certa età.
«Modic» (tipo I, II, III)
Descrivono alterazioni del segnale nell'osso adiacente al disco. Le tipologie riflettono fasi diverse. È un ambito in cui la ricerca è tuttora attiva e il significato clinico è oggetto di studio: non tutti i reperti Modic corrispondono a dolore.
«Listesi» / «anterolistesi»
Una vertebra è leggermente scivolata rispetto a quella sottostante. Viene classificata per grado. Il significato clinico dipende dal grado, dalla stabilità e soprattutto dai sintomi.
«Stenosi del canale»
Il canale in cui passano le strutture nervose è ridotto di ampiezza. Anche qui il termine descrive un'anatomia. Diventa clinicamente rilevante quando si accompagna a un quadro sintomatologico coerente, tipicamente dolore o pesantezza alle gambe camminando che migliorano sedendosi o flettendosi in avanti.
«Alterazioni degenerative multiple» / «spondilodiscoartrosi»
Formule riassuntive che indicano modificazioni legate all'età su più livelli. Sono tra le espressioni che generano più preoccupazione e che, presa la popolazione generale sopra una certa età, descrivono la norma statistica.
Dopo aver capito le parole, le domande da portare al medico sono tre, e nessuna riguarda la gravità del termine usato.
1. Quello che si vede corrisponde a quello che sento? Un reperto a sinistra non spiega un dolore a destra. Un impegno a L5-S1 non spiega sintomi in un territorio diverso. La corrispondenza tra immagine e clinica è ciò che rende un reperto rilevante.
2. Cambia qualcosa nella gestione? Molti reperti, anche descritti con parole importanti, non modificano il percorso: si tratta comunque con esercizio e gestione del carico. Se il referto non cambia il piano, non dovrebbe cambiare l'umore.
3. Ci sono elementi che richiedono attenzione diversa? È la domanda a cui risponde il medico, e l'unica che giustifica l'esame.
Quando la risonanza serve davvero
L'imaging non è mai «un di più che male non fa»: quando non indicato, può produrre preoccupazione, esami a cascata e talvolta interventi non necessari. Le linee guida ne raccomandano l'uso in situazioni definite.
- Presenza di segnali di allarme che richiedono di escludere condizioni specifiche
- Deficit neurologico: perdita di forza, in particolare se progressiva
- Sintomi che non migliorano dopo un percorso conservativo adeguato
- Valutazione pre-operatoria, quando si sta considerando un intervento
- Sospetto clinico specifico posto dal medico
- Perdita di forza a una o entrambe le gambe, in particolare se progressiva
- Difficoltà a controllare vescica o intestino, o perdita di sensibilità in area genitale e interna delle cosce: valutazione urgente
- Febbre associata al mal di schiena
- Dolore comparso dopo un trauma significativo
- Dolore notturno intenso che non trova posizione di sollievo
- Calo di peso non spiegato o malessere generale
- Storia oncologica, immunosoppressione, uso prolungato di cortisone
- Dolore che peggiora progressivamente nell'arco di settimane
Questi elementi contano più di qualsiasi parola scritta nel referto, e valgono anche se il referto è del tutto normale.
Portaci il referto, ma partiamo da te
Alla prima seduta guardiamo il referto — è utile e va letto — ma la valutazione parte dalla tua storia e dall'esame clinico. Serve a capire se quello che si vede sulle immagini corrisponde a quello che senti, e a impostare il percorso su quello.
Prima seduta 19,90€ per 50 minuti: anamnesi, screening dei segnali di allarme, valutazione clinica e piano orientativo. Lunedì-Sabato 8:00-20:00.
Perché leggere il referto può peggiorare le cose
Questo è documentato e vale la pena saperlo.
La ricerca sulla lombalgia ha mostrato che ricevere una diagnosi basata su reperti di imaging in quadri comuni si associa a esiti tendenzialmente peggiori: più preoccupazione, più tendenza a evitare il movimento, percorsi più lunghi. È l'effetto che in letteratura viene chiamato nocebo: l'informazione stessa, se formulata in modo allarmante, produce un effetto negativo.
Il meccanismo è comprensibile. Chi si convince di avere una schiena «rovinata» smette di muoversi, evita le attività, si irrigidisce. E il movimento è esattamente ciò che serve nella grande maggioranza dei quadri lombari.
Non è un invito a ignorare il referto. È un invito a non leggerlo da solo prima che qualcuno te lo spieghi, e a non cercare le singole parole online — dove si trovano sempre gli scenari peggiori.
Una quota rilevante delle persone che arrivano nelle nostre sedi per lombalgia porta con sé un referto di risonanza e, con esso, una convinzione già formata sulla gravità del proprio quadro. L'elemento che ricorre più spesso è la lettura autonoma del referto prima del colloquio con il medico, e l'associazione tra termini come «degenerazione» o «impronta» e l'idea di un danno irreversibile. In una parte dei casi la corrispondenza tra il livello descritto nel referto e il territorio dei sintomi riferiti non è immediata, ed è uno dei motivi per cui la valutazione clinica viene prima e il referto viene letto insieme, non al posto.
Cosa fare quando hai il referto in mano
- Non leggerlo da solo cercando i termini online. È la cosa che produce più danno e meno informazione
- Portalo al medico che l'ha prescritto. È lui a metterlo in relazione con il tuo quadro
- Fai le tre domande descritte sopra: corrisponde ai sintomi, cambia la gestione, ci sono elementi da approfondire
- Chiedi che ti venga spiegato in parole comprensibili: è un tuo diritto e i buoni clinici lo fanno volentieri
- Conservalo e portalo a chi seguirà il percorso
- Non confrontarlo con quello di altri: referti simili corrispondono a situazioni cliniche molto diverse
- Non farne il centro del percorso: nella maggior parte dei quadri lombari il piano si costruisce sui sintomi e sulla funzione
E allora il referto non conta nulla?
Conta, ma non nel modo in cui la maggior parte delle persone pensa.
Conta molto quando c'è un sospetto clinico specifico da confermare o escludere, quando c'è un deficit neurologico, quando si sta valutando un intervento, o quando il quadro non risponde come atteso.
Conta poco quando viene fatto di routine in una lombalgia comune, senza segnali di allarme, in una persona che sta migliorando. In quel contesto mostra quasi sempre qualcosa — perché a una certa età qualcosa c'è sempre — e quel qualcosa raramente cambia il piano.
La sintesi più utile: le immagini descrivono l'anatomia, non il dolore. Sono due cose che si sovrappongono meno di quanto si creda.
Cosa fare quando la lombalgia persiste oltre le settimane attese: percorso di valutazione, opzioni conservative, quando servono davvero gli approfondimenti.
→ Leggi sul mal di schiena persistentePerché il cambio rapido di abitudini innesca gli episodi, cosa fare nelle prime due settimane e come evitare che si ripeta ogni anno.
→ Leggi sul rientroCome si affronta la decisione: quali indicazioni chirurgiche sono consolidate, quali discusse in letteratura, e le domande da porre alla visita.
→ Leggi sul secondo parereCome si stima la durata di un percorso e perché il numero si decide dopo la valutazione, non prima.
→ Leggi quante sedute servonoDove siamo
Fisiosalaria opera in tre sedi a Roma:
- Salaria: Via San Gaggio 5, 00138 (dentro Salaria Sport Village, Roma Nord)
- Viale Libia: Via Collalto Sabino 88, 00199 (quartiere Trieste, metro B1 Libia)
- Monteverde: Via Giuseppe Ghislieri 25, 00152 (Roma Ovest)
Orari Lunedì-Sabato 8:00-20:00, Domenica chiuso. Prima seduta 19,90€ per 50 minuti. Fattura sanitaria detraibile 19% sempre rilasciata.
Come prenotare
- WhatsApp: 340 759 4636 (codice REFERTO)
- Avatar Sara sul sito (24/7)
- Telefono: 06 85912646
Porta il referto e le eventuali immagini, insieme a quello che ti ha detto il medico. Indica da quanto tempo hai il sintomo, dove esattamente lo senti e cosa lo peggiora: sono le informazioni che permettono di capire se il referto e i sintomi raccontano la stessa storia.
Domande frequenti
Cosa significa «protrusione discale» nel referto?
Significa che il disco intervertebrale sporge in modo localizzato oltre il bordo delle vertebre, con l'anello fibroso esterno ancora continuo. È uno dei reperti più frequenti nei referti, ma è anche uno dei più frequenti in chi non ha alcun dolore: la revisione di Brinjikji et al. (AJNR, 2015) su oltre tremila persone asintomatiche ha trovato protrusioni nel 29% dei ventenni e in oltre il 40% dopo i sessant'anni. Trovarla nel referto non significa aver trovato la causa del dolore.
Cosa vuol dire «impronta sul sacco durale»?
È una descrizione geometrica, non clinica: significa che il disco tocca o deforma leggermente il rivestimento che contiene le strutture nervose. Da sola non dice nulla sul fatto che un nervo sia irritato — quello lo dicono i sintomi e l'esame clinico. È una delle espressioni che spaventano di più e che descrivono meno di quanto sembri. Come per gli altri termini, la sua rilevanza dipende dalla corrispondenza con il quadro clinico, ed è il medico a stabilirla.
Ho la «degenerazione discale»: è grave?
«Degenerazione» in italiano comune suona molto più grave di quanto sia in questo contesto. Descrive il fatto che il disco con gli anni perde acqua e cambia struttura, dando un segnale diverso in risonanza. È un processo fisiologico legato all'età: nella revisione di Brinjikji è presente nel 37% dei soggetti a vent'anni, nel 68% a cinquanta e nel 96% a ottanta, tutti senza alcun dolore. Gli autori concludono che molti di questi reperti fanno parte del normale invecchiamento e non sono di per sé associati al dolore.
Cosa significano le sigle L4-L5 e L5-S1?
Non sono una diagnosi: sono coordinate. Indicano il livello della colonna. Le vertebre lombari sono cinque, numerate da L1 a L5 dall'alto verso il basso, e sotto c'è l'osso sacro (S1). «L4-L5» significa semplicemente lo spazio tra la quarta e la quinta vertebra lombare. Sono i livelli più bassi, quelli che sopportano più carico, ed è per questo che compaiono più spesso nei referti.
Le ernie discali si riassorbono?
Le ernie discali hanno una nota tendenza al riassorbimento spontaneo nel tempo, e un dato che sorprende molti è che le forme più voluminose ed estruse sono quelle con maggiore probabilità di ridursi. Un'ernia grossa in risonanza non significa automaticamente prognosi peggiore. Questo non vale come indicazione sul singolo caso — la valutazione è medica — ma aiuta a inquadrare correttamente un referto che descrive un'estrusione voluminosa.
Serve sempre fare la risonanza per il mal di schiena?
No. Le linee guida internazionali (NICE NG59) sconsigliano l'imaging di routine nei quadri comuni, perché mostra quasi sempre reperti che ci sarebbero comunque, generando preoccupazione senza cambiare la gestione. L'imaging è indicato in presenza di segnali di allarme, deficit neurologico soprattutto se progressivo, sintomi che non migliorano dopo un percorso conservativo adeguato, valutazione pre-operatoria, o sospetto clinico specifico posto dal medico.
Leggere il referto può peggiorare la situazione?
La ricerca sulla lombalgia ha mostrato che ricevere una diagnosi basata su reperti di imaging in quadri comuni si associa a esiti tendenzialmente peggiori: più preoccupazione, più tendenza a evitare il movimento, percorsi più lunghi. È il cosiddetto effetto nocebo. Il meccanismo è comprensibile: chi si convince di avere una schiena rovinata smette di muoversi, evita le attività, si irrigidisce — e il movimento è esattamente ciò che serve nella grande maggioranza dei quadri lombari. Meglio non leggerlo da solo prima che qualcuno lo spieghi.
Quali domande devo fare al medico sul referto?
Tre, e nessuna riguarda la gravità del termine usato. Primo: quello che si vede corrisponde a quello che sento? Un reperto a sinistra non spiega un dolore a destra, e la corrispondenza tra immagine e clinica è ciò che rende un reperto rilevante. Secondo: cambia qualcosa nella gestione? Molti reperti non modificano il percorso, e se il referto non cambia il piano non dovrebbe cambiare l'umore. Terzo: ci sono elementi che richiedono attenzione diversa? È la domanda a cui risponde il medico, e l'unica che giustifica l'esame.
Fonti
- Brinjikji W, et al. Systematic Literature Review of Imaging Features of Spinal Degeneration in Asymptomatic Populations. American Journal of Neuroradiology, 2015.
- NICE Guideline NG59 - Low back pain and sciatica in over 16s: assessment and management. National Institute for Health and Care Excellence, 2016/2020.
- Hartvigsen J, et al. What low back pain is and why we need to pay attention. The Lancet Low Back Pain Series, 2018.
- Foster NE, et al. Prevention and treatment of low back pain: evidence, challenges, and promising directions. The Lancet Low Back Pain Series, 2018.
- Fardon DF, et al. Lumbar disc nomenclature: version 2.0. Recommendations of the combined task forces of the North American Spine Society, the American Society of Spine Radiology and the American Society of Neuroradiology. The Spine Journal.










